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Ha vinto la Costituzione


di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

 

I dati che l’esito del referendum ci consegna sono importanti. C’è la netta vittoria del No, che è stata la scelta su cui ci siamo impegnati. E c’è l’altissima affluenza che rappresenta il dato più positivo di questa tornata referendaria. Cittadine e cittadini si sono riavvicinati e riappassionati alla politica, si sono voluti riappropriare del loro diritto di voto. È indubbio che questa alta partecipazione sia stata guidata da un fortissimo sentimento di disagio e di sofferenza. Nonostante settimane di insulti e brutte polemiche, le persone non hanno rifiutato le urne. Anzi, le hanno cercate. E questo non può non essere un fatto politico positivo che, se saputo interpretare, può far ben sperare sul futuro.


Dalle analisi di queste ore risulta che i primi a non credere alla proposta di riforma della Costituzione sono stati i giovani. Non hanno valutato queste modifiche come capaci di rappresentare un miglioramento del loro futuro. Siamo fiduciosi che la frequentazione un po’ più assidua della Costituzione da parte delle cittadine e dei cittadini in questi mesi, se pure in maniera talvolta distorta, possa aver reso il nostro Paese leggermente migliore.


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Come Arci abbiamo cercato in  ogni occasione, anche attraverso il confronto tra posizioni diverse nelle nostre basi associative,  di far sì che la discussione in questa campagna elettorale rimanesse al merito delle questioni: quelle dello spazio della democrazia e della partecipazione e del rispetto dei valori costituzionali del nostro Paese. Le ragioni della bocciatura della riforma sono tante e difformi. Molte di queste portano con sé presupposti altrettanto arroganti. Sappiamo, lo ribadiamo, che dietro questi voti del no sta anche tanta protesta sociale, e in queste ore sentiamo strumentalizzazioni e parole che non ci piacciono; ma la verità è che questo voto difende innanzitutto un testo, quello della nostra Costituzione, che è fatto di valori di lotta alla disuguaglianza, di libertà, di giustizia sociale. Ed il voto chiede di andare verso quella direzione.

Infatti  tanti dei principi contenuti nella prima parte della nostra Carta devono ancora trovare un’attuazione concreta.


Ora, questo risultato referendario non può essere l’alibi per perpetuare le divisioni e le lacerazioni che hanno caratterizzato questi mesi. Ma può essere invece, come abbiamo ripetuto in tutta la campagna elettorale, l’occasione per aprire una  nuova stagione, che torni ad allargare spazi di democrazia partecipativa, a riscoprire le ragioni dell’inclusione e della condivisione, conduca alla ricostruzione di quei ponti tra la società e la politica della sinistra che in questi anni si sono rotti. È sicuramente un voto che nelle prossime ore andrà indagato più a fondo, così come lo stato di salute del nostro Paese.  Ma vogliamo ribadire anche oggi che l’Arci può essere strumento importante e protagonista di questo percorso di ricostruzione. Agitare sciabole, cercare vendette, assecondare spinte verso separazioni - che sembrano muoversi anche all’interno del nostro movimento associativo tra chi ha scelto di votare sì - sarebbero il miglior modo per rompere definitivamente tutti gli argini ai populismi. Serve invece uno sforzo generale e collettivo per ricreare un’area che sia seriamente impegnata a lottare contro disuguaglianze e ingiustizie, a far sentire le persone meno sole. Non possiamo nascondere che siamo preoccupati. Se da un lato si è arrestata la supponenza e la protervia di chi ha voluto personalizzare una materia così importante, lo scenario che ci si para davanti non è quello di un paese coeso e di una politica includente. È tempo dunque di una nuova stagione di ricostruzione che sappia cogliere anche la saggezza e la riflessività di chi come l’Arci, assieme all’Anpi e alla Cgil, ha voluto mettere al centro il merito della questione.


ArciReport numero 39, 7 dicembre 2016


Arcireport numero 39_2016

 
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