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Femminicidio, una strage senza fine

 

di Francesca Chiavacci,

presidente nazionale Arci

 

In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa. Solo lo scorso anno sono state 120 le vittime ammazzate da un marito, fidanzato o convivente e dall’inizio del 2017 più di venti. Quasi sette milioni di donne hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della loro vita. Dalle violenze domestiche allo stalking, dallo stupro all’insulto verbale, la vita femminile subisce violazioni della propria sfera intima e personale. Spesso un tentativo di cancellarne l’identità, di minarne profondamente l’indipendenza e la libertà di scelta.

 

Il tragico estremo di tutto questo è rappresentato dal femminicidio, un reato diffuso e un problema che necessita di una risposta non solo giudiziaria, ma culturale ed educativa.

E proprio il femminicidio, l’uccisione di una donna con la quale si hanno legami sentimentali o sessuali, rappresenta la parte preponderante degli omicidi contro il genere femminile. Più dell’82 per cento dei delitti commessi a scapito di una donna, nel nostro paese, sono classificati come femminicidi. Un numero gigantesco: oltre quattro su cinque. Di fatto gli uomini uccidono donne di tutte le età (pochi giorni fa,a Roma, la vittima aveva 76 anni), a tutte le età esercitando su di loro un diritto di vita e di morte.

Il rapporto che lega vittima e carnefice è per lo più di natura sentimentale, con una relazione in atto al momento dell’omicidio o pregressa.

Analizzando come vengono commessi gli omicidi, emerge un quadro brutale e primitivo. Si tratta quasi sempre di colluttazioni corpo a corpo dove l’assassino sfoga una rabbia inaudita.

 

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Una strage che avviene sotto i nostri occhi, che svela che il dominio degli uomini sulle donne fa uso della forza, se necessario, altro che amore o passione. Soprattutto ora che le donne, di ogni condizione sociale, culturale, economica vogliono esercitare a pieno titolo la propria libertà. Libertà di muoversi, di lavorare, fare sesso, amare o non.

Non si mette mai abbastanza in luce il patto sottinteso nel patriarcato, che per un uomo, anche il più disgraziato, ci sarà almeno una donna tutta sua. Peccato che il conflitto sia aperto, che il patto sia saltato. Ma nessuno li educa i ragazzi, gli uomini. E si trovano di fronte a oggetti sconosciuti, donne che per esempio pensano di star meglio vivendo da sole. Non stupisce allora questa specie di guerriglia permanente: uccido la mia donna che non vuole più essere mia, che rifiuta di assecondarmi in tutto, che rivendica spazi di autonomia. Tutto uguale a sempre allora? Forse no. Sul piano normativo, il Parlamento ha finalmente approvato una legge contro il femminicidio. La normativa rientra nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. L’elemento di novità è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione.

 

Intanto, però,  i centri antiviolenza stanno chiudendo per mancanza di fondi. Sono decine le associazioni in difficoltà dopo il taglio voluto dal governo Gentiloni lo scorso marzo.

Ma i segnali incoraggianti provengono soprattutto dalle ‘vittime’, che tali non vogliono più essere. 

Il recente sciopero mondiale delle donne contro il femminicidio l’8 marzo scorso,  ha portato in piazza milioni di donne in tutto il mondo, con la forte presenza di tante ragazze. Se salta lo stereotipo della debolezza congenita delle donne, queste, con la loro forza, possono  davvero costruire un mondo nuovo, dove non ci sia più spazio per la regola del dominio.


 

ArciReport numero 25, 27 luglio 2017


Arcireport numero 25_2017

 
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