L’Italia fanalino di coda in Europa per investimenti in spesa sociale

07/04/2016

 

 

Poveri-simbolo.jpga cura di Antonio Di Maria, Arci

 

Uno dei cinque obiettivi che l’Unione Europea si è data nell’ambito della strategia Europa 2020 è la riduzione del rischio di povertà e dell’esclusione sociale. Con questa espressione si indicano le persone che possiedono almeno una di queste caratteristiche: hanno un reddito disponibile equivalente al di sotto del 60 per cento di quello mediano del paese nel quale risiedono; versano in uno stato di grave deprivazione materiale; i componenti di età compresa tra i 18 e i 59 anni (esclusi gli studenti con meno di 25 anni) lavorano in media meno di un quinto del tempo disponibile in un anno. Secondo questo parametro di valutazione, il welfare italiano si conferma non all’altezza dei sistemi di protezione degli altri paesi dell’unione. Il nostro paese investe sul proprio stato sociale il 51,2% del PIL, contro il 52,7% dell’Austria, il 55,1% del Belgio o il 57,5% della Francia. Oltre ad essere tradizionalmente contenuta, la spesa in servizi sociali in Italia risulta molto differenziata sul territorio, si va dai 160 euro pro capite spesi in media dai comuni del nord-ovest ai 50 euro nei comuni del sud. Spesso si riscontra un insufficiente coordinamento tra gli interventi dei diversi soggetti istituzionali, con moltiplicazione dei costi amministrativi. Il problema, dopo la crisi scoppiata nel 2008, è perciò diventato un’urgenza sociale oltre che economica. Le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale nel nostro paese supera ormai la quota dei 17 milioni di persone, oltre il 28% della popolazione. Tra i principali paesi dell’UE quello italiano risulta essere il valore più alto dopo la Spagna. Se si prendono in considerazione i dati relativi ai livelli di povertà assoluta e relativa, nel 2014 si toccano le soglie di 4 milioni 102 mila poveri assoluti (il 6,8% della popolazione) e 7 milioni 815 mila persone in situazione di povertà relativa (il 12,9% della popolazione). Oltre ad accrescere il numero dei poveri, la crisi ne ha anche in parte modificato la composizione. L’incidenza della povertà, sia quella assoluta che quella relativa, è più elevata nel mezzogiorno, nel 2014 quasi la metà dei poveri in senso assoluto risiedeva nel sud Italia, e nelle famiglie nelle quali il capofamiglia è senza occupazione, anche se avere un lavoro non necessariamente mette al riparo dal rischio. Uno degli effetti della crisi, infatti, è stato il forte aumento del part time involontario. Se guardiamo alle caratteristiche del capofamiglia, prima della crisi l’incidenza della povertà era maggiore tra le persone sole con almeno 65 anni. Dopo la crisi, per effetto della maggiore stabilità dei redditi da pensione rispetto a quelli da lavoro, l’incidenza della povertà è rimasta sostanzialmente invariata per tale tipologia familiare, mentre è aumentata per tutte le altre tipologie, specialmente tra i nuclei con figli.

Per quanto riguarda i minori, sono oltre un milione quelli che vivono in condizioni di povertà assoluta (si tratta del 10 per cento della popolazione complessiva di pari età).

 

ArciReport, 7 aprile 2016



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