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Una legge applicata a macchia di leopardo

15/09/2016

 

 

di Maria Chiara Panesi, coordinatrice nazionale Arci Laicità e diritti civili

 

unioni-civili.JPGDopo un iter parlamentare lungo e travagliato il ddl Cirinnà è infine diventato legge, ma una disamina sulla sua applicazione ci restituisce una fotografia ancora a macchia di leopardo. Ma quale è allora oggi lo stato dell’arte?

In queste ultime settimane la rete è stata inondata di celebrazioni, di giornate di festa, di momenti di rivincita collettivi; abbiamo visto volti emozionati e letto parole di speranza. Ma la rete ci ha anche consegnato l’appello disperato di Margherita, malata terminale che aveva scritto a Renzi perché accelerasse i decreti attuativi. Margherita è riuscita ad unirsi alla compagna alla fine di luglio, pochi giorni prima di morire.

Questa storia ci riporta con asprezza alla vita reale, quella con cui la politica deve fare i conti, quella vita reale in cui anche una settimana fa la differenza. E ci ricorda che il cuore dell’onda rainbow che sta attraversando l’Italia è l’affermazione e la garanzia di un diritto, soprattutto nei momenti in cui le persone ne hanno più bisogno, senza doverne questuare l’applicazione. Questo ci ha insegnato Margherita. Sul fronte degli enti locali la situazione è variegata, c’è chi si è attivato subito e che ancora si sta attivando, c’è chi sta celebrando in sordina e chi annuncia i primi sì cittadini con esultanza. Interpretazioni contrastanti risultano anche sulla trascrizione dei matrimoni contratti all’estero, tra chi ancora sostiene di non aver ricevuto i registri e chi chiede arbitrariamente di produrre documentazione aggiuntiva.

Ritardi ed intralci, talvolta prodotti ad arte per creare un ostacolo di fatto alla vita delle persone. Questi ultimi non tollerabili, perché la legge sulle unioni civili al comma 35 recita «le disposizioni di cui a commi 1 e 34 acquistano efficacia a decorrere dalla entrata in vigore della presente legge».

È questo che qualcuno dovrebbe ricordare anche alla neosindaca leghista del Comune di Cascina, che pubblicamente si è messa alla guida del popolo dei sindaci che ha deciso di fare ostruzionismo, rivendicando il diritto a fare obiezione di coscienza e rifiutandosi di recepire le direttive, seguita a ruota dal sindaco di Gallarate e da altri.

Degli ultimi giorni è invece il pubblico dileggio a cui il sindaco leghista di Rovigo ha sottoposto la prima coppia gay che ha chiesto di unirsi civilmente, a cui nega di veder officiata l’unione. 

Ma ci preme sottolineare a cotanti amministratori della cosa pubblica il fatto che essi siano, in primo luogo, funzionari pubblici il cui dovere è quello di adempiere agli obblighi istituzionali, oltre che ricoprire il loro ruolo con sobrietà di linguaggio e imparzialità. Non rientra tra i loro diritti rifiutarsi di applicare la legge. Il riferimento all’obiezione di coscienza è privo di fondamento e non previsto dalla legge.

Resta l’amarezza per una politica becera che alimenta un clima d’odio e di intolleranza, un clima che miete vittime, sempre più spesso giovani, e che di fatto provoca atteggiamenti omofobi sempre più violenti.

Per questo sabato 17 settembre saremo in Piazza a Cascina insieme a tanti altri per parlare di diritti e di uguaglianza, un dovere per le istituzioni democratiche.

 

ArciReport, 15 settembre 2016



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