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Ci ha lasciato Tullio De Mauro. Con lui perdiamo una figura fondamentale per la cultura e la democrazia nel nostro Paese

05/01/2017




«La democrazia vive se c'è un buon livello di cultura diffusa. [...] se questo non c'è, le istituzioni democratiche – pur sempre migliori dei totalitarismi e dei fascismi – sono forme vuote».

È con queste parole che Tullio De Mauro indicava la strada per una maturità democratica del nostro Paese. Ci ha lasciato oggi a 84 anni.

Con parole mai scontate e nello stesso tempo assai poco elitariste è stato pensatore e linguista capace di promuovere un pensiero sempre attuale e profondo.

Il lavoro sulla lingua di De Mauro ha senza dubbio avuto anche il compito di riflettere costantemente sul rapporto concreto tra parole e cose, lingua e realtà, linguaggio e mondo. Tanto da prodursi nel più esaustivo dizionario d’uso della lingua italiana, che negli ultimi tempi è approdato sul sito di internazionale.it.

Come a dire che la crescita personale e di una società passano da una dimestichezza, anche elementare, con la lingua e il linguaggio, così che possa attraverso questo definirsi un’etica e una modalità di vivere compiuta, rispettosa nonché sana.

De Mauro è stato un esempio di rigore, studio, esercizio del pensiero critico, un’autorità nel campo della lingua e della cultura italiana, aperto alla società e promotore di democrazia culturale e i suoi anni da Ministro dell’Istruzione ne sono stati la testimonianza. Una figura che avrebbe continuato ad avere un ruolo fondamentale di analisi e critica attenta alle trasformazioni che la nostra società sta attraversando. In particolare, pensiamo all’importante contributo che da domani verrà a mancare in merito al dibattito su quelle post-verità e quella manipolazione delle parole che troppo spesso condizionano l’opinione pubblica a discapito dell’oggettività dei fatti.

Così lo scorso 5 settembre, a commento della riforma scolastica odierna diceva sul Corriere della Sera: «Sarebbe, anzi è assolutamente necessario che l’Italia attivi, […], un sistema organico di educazione degli adulti che svolga le sue attività negli istituti scolastici, nei due terzi della giornata in cui sono un mausoleo vuoto e devono invece diventare, come è stato detto, “fabbriche della cultura”. Le condizioni della popolazione adulta italiana, in cui assai più di due terzi hanno difficoltà a leggere un qualunque testo scritto, non possono non riflettersi su ragazze e ragazzi e ostacolare gravemente il lavoro della scuola, oltre che pesare negativamente sull’intera vita sociale».

Un auspicio ancora oggi irrealizzato ma che l’Arci proverà a cogliere come stimolo per il prossimo futuro.

 

Roma, 5 gennaio 2016



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